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La vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e...

La vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e, come tale, va accolta… E’ capitato a tutti: un fatale momento di distrazione, e l’oggetto in ceramica a cui teniamo tanto cade rovinosamente a terra, rompendosi. Stupore, incredulità, ira e dispiacere ci attanagliano nei concitati istanti successivi alla caduta, decorsi i quali ci rassegniamo a raccogliere i cocci e ad accomodarli nella spazzatura, seppure a malincuore, o a conservarli racchiusi in una scatola; l’idea di provare a ricomporre il manufatto magari ci sfiora, ma di norma la lasciamo volare via, per pigrizia o per lo scarso valore economico dell’oggetto o semplicemente in quanto fermamente convinti che “un vaso rotto non potrà mai tornare come prima”. Questo è quello che accade, in genere, in Occidente: in Oriente, o, per essere più precisi, in parte di esso, le cose vanno molto diversamente. In Giappone, quando un oggetto in ceramica (di norma il vasellame) si rompe, lo si ripara con l’oro, poiché si è convinti che un “vaso rotto possa divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine”. Tale tecnica di riparazione prende il nome di Kintsugi o Kintsukuroi (letteralmente, “riparare con l’oro”), e consiste nell’incollare i frammenti dell’oggetto rotto con una lacca giallo rossastra naturale e nello spolverare le crepe che attraversano l’opera ricomposta con della polvere d’oro (più raramente d’argento o di rame). Il risultato è strabiliante: il manufatto è striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso, bellissimo. La casualità determinata dalla rottura, rende gli oggetti redivivi grazie al kintsugi tutti differenti fra loro e dunque unici, oltre che pregevoli per via del metallo prezioso che li decora. Ricorrere al Kintsugi richiede, come facilmente immaginabile, “tempo e denaro”: per rientrare in possesso del manufatto bisogna attendere circa due o tre mesi e la spesa da sostenere si aggira intorno ai 200 €. La circostanza che il Kintsugi non costituisca una pratica alla portata di tutti, appare, tuttavia, del tutto secondaria: a contare, infatti, non è tanto la possibilità di riparare un oggetto accrescendone la bellezza e il pregio, quanto la filosofia che ne è alla base, secondo la quale la vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e, come tale, va accolta. Il dolore, per i giapponesi, non incarna un sentimento vergognoso, da estirpare o da occultare, così come l’imperfezione estetica non rappresenta un elemento capace di rovinare l’armonia di una figura; le crepe dell’oggetto rotto non vanno nascoste né mimetizzate ma valorizzate, esattamente come le cicatrici, i difetti fisici e le ferite dell’anima non vanno celate ma esibite senza imbarazzo, essendo le stesse parte dell’uomo e della sua storia. Una filosofia assai distante da quella tipica delle società occidentali, nelle quali il valore affettivo è sempre più spesso sacrificato a quello materiale, la sofferenza è considerata un sentimento sterile, anziché un moto dell’anima grazie al quale ciascuno ha la possibilità di comprendere più a fondo se stesso e di reinventarsi ridisegnando la propria esistenza, e i difetti fisici sono drammatizzati e camuffati in nome dell’aderenza al modello di perfezione estetica irraggiungibile proposto dai mezzi di comunicazione, invece che valorizzati in quanto elementi di fascino e di unicità. Il Kintsugi, attraverso, l’arte, ci dimostra che da una ferita risanata, dalla lenta riparazione conseguente a una rottura, può rinascere una forma di bellezza e di perfezione superiore, lasciandoci così intendere che i segni impressi dalla vita sulla nostra pelle e nella nostra mente hanno un valore e un significato, e che è da essi, dalla loro accettazione, dalla loro rimarginazione, che prendono il via i processi di rigenerazione e di rinascita interiore che ci rendono delle persone uniche, nuove e risolute. D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore: altro non è, una perla, che una ferita cicatrizzata. (Dalila Giglio)
(Posted by Beppe Tardito on 26/12/2025)

Dopo i 50, non si cerca più per...

Dopo i 50, non si cerca più per riempire un vuoto. Non si cerca per non stare soli, per convenzione o per paura. Dopo i 50, si sceglie. Si sceglie qualcuno con cui camminare, non per arrivare da qualche parte… ma per godersi ogni passo. Un compagno di viaggio, non un contratto. Un’anima che non ti complica la vita, ma la rende più leggera. Non c’è più tempo per i drammi, le maschere, i giochi. Abbiamo vissuto abbastanza per sapere cosa ci fa bene. E soprattutto, cosa non lo fa. Ora, vogliamo amore, sì. Ma un amore che sappia di libertà, di sincerità, di rispetto profondo. Un amore dove non si ha bisogno di chiedere troppo, perché l’altro sente già. Forse ci restano vent’anni, forse trenta, forse meno. Allora che siano anni pieni, veri, dolci. Con qualcuno accanto che non pesa, ma accompagna. Che non trattiene, ma sceglie ogni giorno di restare. E se quella persona non c’è? Se non arriva? Allora sii tu quella compagnia. Siediti con te stesso, guardati con dolcezza. Abita la tua solitudine non come assenza, ma come casa. Perché questa ultima parte della vita, quella dove si raccoglie, merita un finale sereno. Un finale che somigli a un tramonto: calmo, caldo, e pieno di luce.
(Posted By Beppe Tardito on 07/12/2025)

Esistono addii per i quali nessuno ci prepara..

Quando ho firmato il suo certificato di morte, ho capito che esistono addii per i quali nessuno ci prepara. Mia madre ha firmato il mio atto di nascita con la luce negli occhi. Io ho firmato il suo con le mani che tremavano. Lei aveva scelto i miei primi vestitini con la felicità di chi accoglie un miracolo. Io ho scelto i suoi ultimi abiti con un nodo in gola, un nodo che non si scioglie ancora oggi. Lei mi ha vista nascere, con il mio primo respiro. Io l’ho vista andarsene, con l’ultimo — in un silenzio assordante, fatto solo di ferite. Lei mi faceva il solletico quando le mie gambe erano ancora incerte. Io l’ho stretta tra le braccia quando il suo corpo non riusciva più a reggere nemmeno l’aria. Lei vegliava le mie notti, scacciava i mostri, asciugava le lacrime. Io ho vegliato la sua ultima notte, implorando il cielo di non portarla via. Lei mi ha insegnato a camminare, a non aver paura. Io l’ho accompagnata fino alla fine, con passi lenti e bagnati di lacrime. Lei mi ha nutrita con le mani più dolci del mondo. Io l’ho nutrita a mia volta, quando anche una sola cucchiaiata era diventata troppo pesante per lei. Lei riempiva i miei compleanni con canzoni e candeline. Io riempio i giorni senza di lei con silenzi che ancora oggi urlano. La vita… quella che sembrava eterna finché c’era lei… si ripete al contrario. E fa male. Un male diverso. Un dolore che non guarisce mai davvero. Perché nessuno ti ama come una madre. E quando se ne va, è una parte di te che muore con lei. Allora non risparmiate i vostri abbracci. Non rimandate i “ti voglio bene”. Non aspettate il momento giusto per dire ciò che sentite. Ditelo. Ditelo oggi. Perché arriverà il giorno in cui dovrete firmare quel foglio. E la casa sarà silenziosa. E la sua tazza sarà ancora lì, nel solito posto. E solo allora capirete che il dolore cambia nome. E che nessun dolore sarà mai come quello. “Mamma, ti amo.” Parole semplici. Ma quando lei non c’è più… valgono tutta una vita.

E che il più grande errore non è perdere...

A quella che più ami… finisci per perderla. A quella che più ti ama… la ignori senza rendertene conto. A quella che più ti rifiuta… è proprio quella che insisti ad amare. E a quella che più ti vuole bene, a volte… la tradisci senza motivo. Perdoni con facilità chi più ti ha ferito, ma sei duro con chi voleva solo darti amore sincero. Cerchi ciò che è irraggiungibile, e quando lo hai vicino, non lo apprezzi più. Ti aggrappi a chi non ti vuole, mentre lasci andare chi voleva solo restare. Che ironia crudele ha la vita… Passiamo anni inseguendo ciò che non ci fa bene, e quando finalmente ci voltiamo indietro, ci rendiamo conto di tutto l’amore che abbiamo ignorato, delle parole che non abbiamo detto, e delle persone che volevano solo un po’ del nostro tempo. Forse la vera lezione è questa: che l’amore non sempre si trova dove lo desideriamo, ma spesso dove lo trascuriamo. E che il più grande errore non è perdere chi amiamo, ma far sentire invisibile chi voleva soltanto restare.
(Posted by Beppe Tardito on 30/11/2025)

Non so se è merito degli anni, ma...

Non so se è merito degli anni, ma ho abbassato il volume di ciò che ascolto e alzato quello di ciò che provo. Mi emoziona la vista di un tramonto, un sorso di un buon caffè, di un vino generoso, della buona compagnia, una bella melodia, il calore di uno sguardo, il potere di un bacio. Non so se è merito degli anni, ma inizio a vedere la vita bella così com'è.(Dal Web)

Devo dire che in quel bar c'era un bagno stupendo...Altro

“Una sera sono uscito con una donna bellissima. Siamo entrati in un bar, ci siamo seduti e abbiamo iniziato a parlare. Le ho offerto da bere, abbiamo parlato a lungo. Sembrava ci fosse qualcosa. Poi, all’improvviso, è arrivato un uomo affascinante, si è seduto accanto a noi, le ha detto tre frasi, forse quattro. Lei si è girata verso di me, ha sorriso e mi ha detto ciao.. Poi si sono alzati, sono andati via e... sono finiti in bagno. Morale?: puoi avere il possesso palla per tutta la partita… ma se non segni, non serve a nulla.” (Posted By Beppe Tardito on 26/07/2025)

Quando perdi tua madre...

Quando perdi tua madre, perdi la persona che ti ha amato di più, quella che ti conosceva meglio e che ti perdonava sempre. Era lei a cancellare le tue paure e a trovarti quando ti sentivi smarrito. Quando perdi tua madre, nessuno ti ricorderà di coprirti se fa freddo, né ti chiamerà ogni due ore per sapere come stai quando non ti senti bene. Quando sbaglierai, gli altri si arrabbieranno e dovrai chiedere scusa, perché solo lei sopportava il tuo cattivo carattere e ti amava anche nei tuoi giorni peggiori. Ti mancherà ogni Natale, ogni compleanno, e ogni volta che ti succederà qualcosa di bello, vorrai condividerlo con lei. Ma ti accorgerai che la sua sedia è vuota e che non sarà mai più al tuo fianco. Ci saranno persone che ti conosceranno, ma nessuna come lei. Molti ti ameranno, ma non più di quanto amano se stessi, come faceva lei. Quando perdi tua madre, il mondo diventa un po’ più triste, più strano, più piccolo… e anche tu.



L'amore di una mamma è incondizionato: mentre gli altri prima ti conoscono poi ti amano, la mamma prima ti ama poi ti conosce.. E dopo ti ama ancor di più. 
(Posted by Beppe Tardito on 20/07/2025)

Nel marzo 2019, la mia ragazza ha rotto con...

- Nel marzo 2019, la mia ragazza ha rotto con me. Sono rimasto senza capire. Sono tornato a casa e per tutto il tragitto mi sono chiesto: "Perché?" L'unica cosa nella mia testa era la sua voce che diceva: "Ti amo". - Ho passato un mese a cercare risposte a quanto stava accadendo. Un giorno, sono entrato nella stanza di mio padre e gli ho chiesto: "Papà, ha detto che mi amava”. "Figliolo, quando qualcuno entra nella tua vita e dopo un po' di tempo se ne va, può essere tutto fuorché amore. Non supererai mai i tuoi traumi se continui a cercare la logica in amore, costruisci una nuova storia ". Gli ho chiesto: "E da dove viene quella forza per iniziare qualcosa di nuovo?" "Non preoccuparti, ogni inizio viene da una fine." - Una settimana dopo, a mio padre fu diagnosticata una malattia rara e degenerativa che lo avrebbe ucciso in brevissimo tempo. Mia madre non l'ha abbandonato, gli è rimasta vicino. - Mio padre usciva ogni venerdì a mangiare la pizza con due fratelli. Quando ha smesso di camminare, i miei zii hanno iniziato a portare la pizza qui a casa. Hanno detto: "Senza tuo padre, non è divertente." - Mio padre ha sempre avuto tre amici con cui programmano le attività, quest'anno mio padre non può andare, perché non cammina più. - Gli amici di mio padre hanno portato la foto di loro quattro. Hanno inchiodato la foto l'uno dell'altro al muro della stanza e hanno detto: "Ora, la nostra casa è la tua casa". Mio padre ha pianto. - I miei genitori hanno compiuto 29 anni di matrimonio a giugno, hanno sempre ballato quel giorno per festeggiare, ma oggi mio padre non riesce più ad alzarsi. Mia madre è entrata nella stanza e ha messo la musica che gli piaceva di più e hanno ballato. Ha detto: "Figlio mio, porta la sedia a rotelle". Ho chiesto: "Cosa hai intenzione di fare?" Rispose: "Cosa farebbe tuo padre per te se fosse il contrario." Mia madre mise mio padre sulla sedia, si inginocchiò accanto a lui e disse: "Balliamo", mio padre piangendo disse come? Abbracciò mio padre e fece girare la sedia, rimase in ginocchio tutta la musica. Dopo aver visto quella scena, sono tornato nella mia stanza con gli occhi allagati, e consapevole di aver imparato cosa fosse il vero amore. - Ho deciso di aprire il portatile e scrivere questo testo, perché oggi vedo che il mondo sta distorcendo e complicando troppo l'amore. Questo mucchio di regole e richieste sono cose create dalla testa. Vecchio, ovunque tu sia, non so se lo sai, ma attraverso te ho imparato a camminare e ad amare davvero. Il resto è un'illusione.

Un uomo era seduto sul marciapiede, ricurvo, con il volto nascosto tra le mani e le spalle coperte da una coperta sporca. Era un senzatetto. Nessuno conosceva il suo nome: tutti lo chiamavano semplicemente “il vecchio Silas”. La gente gli passava accanto come se fosse parte dell’arredo urbano. Ma quella mattina, una donna elegante si fermò davanti a lui. Indossava un abito aderente che ne valorizzava la figura con grazia. I tacchi alti risuonavano decisi sull’asfalto, i lunghi capelli si muovevano al vento, e un profumo discreto sembrava portare con sé un pezzo di un altro mondo.
Silas alzò lo sguardo, diffidente.
— Non voglio spiccioli — mormorò, cercando di allontanarla.
Lei gli sorrise. Un sorriso che non giudicava.
— Non sono qui per darti spiccioli. Sono qui per offrirti un pranzo.
Silas rise, senza allegria:
— Fantastico. Dopo il banchetto col Presidente, prenderò anche il dolce. Ora lasciami stare.
Ma lei non si mosse. Gli tese solo una mano.
— Ti prego. Vieni con me.
Un agente della municipale, che osservava la scena da lontano, si avvicinò.
— Va tutto bene, signora?
— Sì, grazie — rispose lei con calma ferma —. Voglio solo portare questo signore a pranzo con me.
Il vigile la riconobbe.
— Ne è sicura? È Silas. Vive qui da anni. Non è cattivo, ma... non è semplice.
Lei annuì. — Proprio per questo.
Silas, a malincuore, si lasciò convincere. I tre entrarono in un ristorante elegante, con grandi vetrate e camerieri impeccabili. Il direttore si affrettò a raggiungerli.
— Mi scusi, signora, ma... quell’uomo non può restare. Rovina l’atmosfera.
Lei lo fissò con gentilezza decisa.
— Conosce l’azienda Allure & Co.?
Lui esitò.
— Certo... è uno dei nostri clienti più importanti per gli eventi.
— Bene. Io sono Helena Diniz. Amministratrice delegata.
Il volto del direttore impallidì.
— Mi scusi, non lo sapevo...
Lei lo fermò con un gesto calmo.
— Ora lo sa. E spero sappia anche questo: l’umanità non si misura da chi entra, ma da come viene trattato quando esce. Si sedettero. Silas era impacciato, non sapeva dove mettere le mani. Helena lo guardò negli occhi.
— Si ricorda di me?
Lui strinse gli occhi.
— No... la voce mi è familiare, ma..
Lei sorrise.
— Vent’anni fa, una ragazza affamata entrò in questo stesso ristorante. Era rannicchiata in un angolo, tremava dal freddo e non osava chiedere nulla. Lei era cameriere qui. E fu l’unico a notarmi.
Silas rimase immobile.
— Lei mi portò un piatto nascosto dalla cucina. Lo pagò con le sue mance. E mi disse: “Oggi offro io. Ma non dimenticare: vai avanti.”
Silas abbassò lo sguardo. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
— Eri tu?
— Sì. E ora sono io qui... per dirti che il bene che facciamo, anche quando ce ne dimentichiamo, Dio lo ricorda. Dal suo borsello estrasse una busta.
— Qui dentro c’è un biglietto. Vai a questo indirizzo. Chiedi del signor Murilo. Ti sta già aspettando. C’è una stanza per te, una doccia calda e una possibilità.
Silas singhiozzava piano.
— Perché? Perché fai tutto questo per me?
Helena gli strinse la mano con dolcezza.
— Perché tu l’hai fatto per me. E perché... non ho mai dimenticato il sapore di quel piatto, né il rispetto con cui mi hai trattata.
Prima di uscire, guardò il vigile.
— Grazie per aver permesso che accadesse.
Lui sorrise, commosso:
—Signora... grazie a lei. Oggi ho visto un miracolo.

A volte l’amore più puro arriva dopo...

A volte l’amore più puro arriva dopo la tempesta. Ma prima… devi lasciare andare il naufragio." L’amore, quello vero, non è solo incontro. È preparazione dell’anima. Spesso immaginiamo che debba arrivare come un dono improvviso, un miracolo inatteso. Ma l’amore autentico non può attecchire su un cuore ancora pieno di detriti, ferite non guardate, illusioni non dissolte. Il naufragio — quell’esperienza che ci spezza, ci disorienta, ci svuota — non è il fallimento dell’amore, ma l’inizio della rinascita dell’anima. È nel naufragio che perdi ciò che non ti appartiene più: relazioni tossiche, dipendenze emotive, identità costruite per piacere, ma non per essere. È lì, tra le onde, che cominci a ricordare che il vero amore non toglie la pace, ma la rivela. Ma c’è un passaggio sacro e inevitabile: lasciare andare il naufragio. Non aggrapparti alle rovine per paura della solitudine. Non restare nel ricordo di ciò che “sarebbe potuto essere”. Perché il vero amore — quello che eleva, che nutre, che ti fa sentire visto nella tua interezza — non può attraccare in un porto ancora occupato dai relitti del passato. Lascialo andare… con gratitudine per ciò che ti ha insegnato, con compassione per ciò che non è stato, con perdono per tutto ciò che ha ferito. Solo allora, in quello spazio vuoto e fertile, potrà arrivare l’amore puro: quello che non salva, ma accompagna; che non riempie, ma rispecchia; che non ti chiede di cambiare, ma ti invita a fiorire nella tua vera luce. E quando arriverà, lo riconoscerai non dal batticuore, ma dalla pace che porta.
(Joseph Cirino)

Ho finito di dovermi...


HO FINITO DI DOVERMI SPIEGARE.

Mi ci è voluto troppo tempo per capire che, indipendentemente da quanto io spieghi il mio punto di vista, alcune persone lo distorceranno per adattarlo alla loro narrativa. Un tempo aprivo il mio cuore, sperando disperatamente che vedessero la verità, ma ho imparato a mie spese che se qualcuno volesse davvero capire, non mi farebbe implorare.

Se hai già deciso che sono il "cattivo" nella tua storia, va bene. Non continuerò a piegarmi cercando di dimostrare di essere abbastanza buono, abbastanza degno o abbastanza innocente. La verità è che, più mi spiego, più do potere a chi non vuole ascoltare.

Lascia che credano ciò che vogliono. Lascia che dicano che è tutta colpa mia. Lascia che restino ancorati alla loro versione dei fatti.

LASCIALI.

Non mi difenderò più. Ho capito una cosa fondamentale: spiegarmi continuamente non porta pace. Mi esaurisce soltanto. Rafforza solo la loro narrativa, perché se davvero avessero voluto capire, avrebbero ascoltato la prima volta.

Sto riprendendo la mia energia. Mi sto allontanando dal circolo vizioso delle giustificazioni e dei dibattiti. Merito relazioni in cui non devo lottare per far riconoscere la mia verità. Se il mio silenzio ti mette a disagio, allora sii a disagio. Se la mia scelta di non spiegare ti sembra una sconfitta, è un problema tuo. Non mi interessa più cercare di vincere una battaglia a cui non ho mai voluto partecipare.

Ho finito di implorare per essere capita. Ho finito di elemosinare gentilezza, rispetto ed empatia che avrebbero dovuto essere dati liberamente. Ho finito di mettermi sotto processo in una corte che non è mai stata giusta fin dall'inizio.

HO FINITO.

L'unica spiegazione che devo dare è a me stessa: che scelgo la pace invece del loro rumore. Scelgo di andare avanti, senza il peso di cercare costantemente di essere ascoltata da chi è determinato a fraintendermi. Lascia che pensino ciò che vogliono.

LASCIALI ANDARE.

Non mi spiegherò mai più. Perché, onestamente, non ne ho bisogno.

"Ma tu lo hai amato?" "Oh, più di....

"Ma tu lo hai amato?"
"Oh, più di quanto credevo potessi mai fare in questa vita."
"Ma non lo cercherai più."
"Non lo cercherò più."
"E perché?"
Perché l’ho cercato, l’ho rincorso, l’ho aspettato, l’ho giustificato, l’ho odiato e alla fine l’ho perdonato. E a un certo punto mi sono resa conto che più andavo in cerca di lui, più perdevo me. Più cercavo una soluzione per risolvere la questione in sospeso tra me e lui, più mi stavo perdendo la vita. Quindi mi sono detta: "basta". Ho fatto tutto quello che potevo fare. Poi mi sono amata!
(M. Boselli)

"La mamma." lei sarà felice di sentire la vostra...

Godetevela la mamma. Non lasciate che il suo profumo si disperda nell'aria. Respiratela quanto più potete. Inebriatevi della sua brezza e impregnatevi il corpo del suo profumo di zagara così da poterla annusare ogni volta che vorrete quando lei non ci sarà più. Vivetevela la mamma. Tutti i giorni, tutte le ore, i minuti e i secondi di ogni singolo giorno, di ogni mese, di ogni anno. Ascoltatela la mamma. Le sue parole vi mancheranno tanto quando tutto sarà silenzio e il sole tramonterà dietro l'orizzonte. Abbracciatela la mamma. Vi accorgerete che nessun cuore stretto tanto forte potrà mai donarvi tanto amore come quello di una mamma. Guardatela la mamma. Regalate ai vostri occhi quella luce unica e fiduciosa che solo lo sguardo di una mamma può emanare. Prendetela per mano la mamma. Stringete forte la sua mano così come facevate da bambini, fino a quando la sentirete esile e senza forze. Non lasciatela mai, sarà piena di rughe ma lei sarà felice di sentire la vostra di mano, e poter chiudere così gli occhi felice. Felice di andarsene tra le mani di chi ha amato...
- Bernardo Panzeca -

(Posted by Beppe Tardito on 21/05/2024)

Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro....

Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro chiese all’altro:
– Tu credi nella vita dopo il parto?
– Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci a quello che saremo più tardi.
– Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita?
– Non lo so, ma sicuramente… ci sarà più luce che qua. Magari cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca.
– Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale è la via d’alimentazione… Ti dico una cosa: la vita dopo il parto è da escludere. Il cordone ombelicale è troppo corto.
– Invece io credo che debba esserci qualcosa. E forse sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.
– Però nessuno è tornato dall’aldilà, dopo il parto. Il parto è la fine della vita. E in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla.
– Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente vedremmo la mamma e lei si prenderà cura di noi.
– Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora?
– Dove? Tutta in torno a noi! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei tutto questo mondo non esisterebbe.
– Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista.
– Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla o percepire come accarezza il nostro mondo. Sai?… Io penso che ci sia una vita reale che ci aspetta e che ora soltanto stiamo preparandoci per essa…”

Godetevela la mamma. Non...

Godetevela la mamma. Non lasciate che il suo profumo si disperda nell'aria. Respiratela quanto più potete. Inebriatevi della sua brezza e impregnatevi il corpo del suo profumo di zagara così da poterla annusare ogni volta che vorrete quando lei non ci sarà più. Vivetevela la mamma. Tutti i giorni, tutte le ore, i minuti e i secondi di ogni singolo giorno, di ogni mese, di ogni anno. Ascoltatela la mamma. Le sue parole vi mancheranno tanto quando tutto sarà silenzio e il sole tramonterà dietro l'orizzonte. Abbracciatela la mamma. Vi accorgerete che nessun cuore stretto tanto forte potrà mai donarvi tanto amore come quello di una mamma. Guardatela la mamma. Regalate ai vostri occhi quella luce unica e fiduciosa che solo lo sguardo di una mamma può emanare. Prendetela per mano la mamma. Stringete forte la sua mano così come facevate da bambini, fino a quando la sentirete esile e senza forze. Non lasciatela mai, sarà piena di rughe ma lei sarà felice di sentire la vostra di mano, e poter chiudere così gli occhi felice. Felice di andarsene tra le mani di chi ha amato...
(Bernardo Panzeca)

Non sprecare la tua giornata. Se non puoi...

La gomma disse alla penna: "Come stai amico mio."
La penna rispose con rabbia: "Non sono tuo amico Ti odio."
La gomma con sorpresa e tristezza: "Perchè mi odi?
La penna: "Perché cancelli quello che scrivo?"
La gomma: "Cancello solo gli errori."
La penna: "Qual è il tuo lavoro?
La gomma: "Sono una gomma da cancellare e questo è il mio lavoro.."
La penna: "Questo non è lavoro."
La gomma: "Il mio lavoro è utile quanto il tuo."
La penna: "Ti sbagli e sei arrogante; perché chi scrive è migliore di chi cancella."
La gomma: "Rimuovere un errore è come scrivere quello corretto."
La penna rimase in silenzio per un po', poi disse con una certa tristezza: "Ma ti vedo ringiovanire di giorno in giorno."
La gomma: "Perché sacrifico qualcosa di me stesso ogni volta che cancello un errore."
La penna disse con voce rauca: "Mi sento più stupida di prima."
La gomma disse mentre la consolava: "Nessun altro ne gioverà a meno che non ci sacrifichiamo per loro."
Quindi la gomma guardò la penna con grande simpatia, dicendo: "Mi odi ancora?"
La penna sorrise e disse: "Come posso odiarti quando il *sacrificio* ci ha uniti."

Lezione:
Ogni giorno ti svegli, non sprecare la tua giornata. Se non puoi essere una penna per scrivere la felicità negli altri, sii una bella gomma per cancellare il loro dolore e diffondere nelle loro anime speranza e ottimismo. Allora saprai di non avere sprecato la tua giornata.

Un giorno, una persona a cui tenevo...

Un giorno, una persona a cui tenevo tanto, mi raggelò con tre parole: "Sei troppo impegnativa". Da buona empatica mi misi nei suoi panni, chiedendomi cosa non andasse in me. Mi feci mille altre domande. E poi arrivai alla risposta. È impegnativo tutto quello che è importante e profondo, e la maggior parte della gente, adesso, preferisce la superficie, quella che non richiede sforzo. Siamo nell'era dei "Ti amo" detti ogni mese a una persona diversa, delle relazioni lampo, dei dialoghi superficiali. Eppure, eppure... un giorno capii che non c'è niente di sbagliato a volere tutto. Capii che voglio essere libera di scherzare, fare la bambina, ma anche essere una donna forte. Che voglio poter parlare di letteratura e filosofia quando mi va, come anche guardare un programma trash in TV. Voglio poter dire che sono fatta solo per storie serie, senza avere il timore di essere pesante. Voglio essere tutto. E voglio qualcuno che sia tutto. Perché a me, chi è "impegnativo" piace: ci so nuotare nelle profondità, è nella superficie che annego.
(Post by Beppe Tardito on 23/01/2022)

Amano l'animale di casa come se fosse... (Di: Eliana Canova)

Amano l'animale di casa come se fosse un figlio, sviluppando un attaccamento morboso, certo aiutare gli animali è un pregio e non un difetto, ma molte volte si cade nel “patologico”. Molte persone, soprattutto donne, trovano più facile sviluppare empatia nei confronti degli animali domestici che verso le persone. Come mai? Queste persone possono mostrare un enorme interesse e carica emotiva, un atteggiamento ricco di ottimi sentimenti, per non dire di profondo amore per gli animali domestici. Spesso nell’interazione uomo-animale i giovani, ma in particolare i meno giovani, enfatizzano l’ingenuità, la purezza di cani e gatti, e i sentimenti di dolcezza di tenerezza da questi evocati. Alcune di queste persone, tanto affettuose verso gli animali, esprimono con chiarezza di averle adottate, sostituendole nell’immaginario e spesso nei comportamenti a figli che non hanno potuto avere, o che hanno scelto di non procreare. Quand’è che il legame con il proprio animale domestico diventa esagerato, un attaccamento morboso non più equilibrato? Ci sono persone che più che amare mostrano un bisogno d’affetto senza controllo verso gli animali domestici, quasi si fondono psicologicamente con loro. Cani e gatti spesso vengono adulto-morfizzati, nel senso che i proprietari si considerano veri e propri genitori e li trattano come i figli ideali obbedienti, mai deludenti, molto ammaestrabili secondo i propri bisogni inconsci o consci. In altre parole, le proprie frustrazioni sono compensate al massimo di fronte alla fedeltà indiscutibile di cani e gatti. In tal modo, però, non si rispettano nemmeno gli animali che sono interagenti con l’uomo, ma richiederebbero se potessero, di essere riconosciuti per quel che sono secondo la loro natura. Dedicarsi all’aiuto delle persone è in genere più faticoso, l’identificazione con la sofferenza psichica che richiede saper ascoltare con grande attenzione e sensibilità, coinvolge troppo da vicino e perciò per molta gente è difficile da tollerare. Cani e gatti alleviano la solitudine, specie negli anziani, e sono compagni di vita insostituibili. Da che cosa deriva la preferenze della loro compagnia a quella umana? Gli animali domestici sono più docili, più remissivi, più obbedienti e a livello comportamentale, addestrabili. Questo fa sentire potenti, quasi onnipotenti, se si ottiene tutto quello che si vuole da loro. L’animale fa sentire buoni e giustificati, mentre avere a che fare con gli esseri umani, anche solo aiutarli, è più difficile e complesso. L’animale fa sentire più liberi di esprimere le proprie emozioni senza vergognarsi, senza temere di essere puniti, giudicati, condannati. (Di: Eliana Canova)

Donne con le gonne...

“…Xchè arrivata ad una certa età e dopo aver conosciuto e frequentato ogni genere di uomini, da quelli belli, quelli intelligenti, quelli violenti e quelli infantili ora penso solo a me, mi prendo un cane xchè so che lui mi amerà indiscriminatamente, e tu uomo se vuoi entrare nella mia vita ricordati sempre che x me sarai la seconda scelta, si xchè arriverà sempre prima il mio cane in qualsiasi modo, a qualsiasi costo… Tu uomo sarai sempre al secondo posto!” (Di Beppe Tardito)

La moglie fedele...

Una donna rientra a casa e trova il marito a letto con una bella e giovane ragazza. "Porco schifoso!" gli grida la donna, "Come hai potuto farmi questo, una moglie fedele, la madre dei tuoi figli! Ti lascio immediatamente, chiederò il divorzio!" E il marito: "Ehi un momento, lascia che almeno ti spieghi una cosa..." "Va bene, - dice la moglie - tanto queste saranno le tue ultime parole che ascolto..." Lui comincia: "Stavo entrando in macchina per venire a casa quando si è avvicinata questa ragazza e mi ha chiesto un passaggio. Sembrava smarrita, impaurita e indifesa: mi ha fatto compassione, così l'ho fatta salire in auto. Ho notato che era molto magra, mal vestita e assai sporca. Mi ha detto che non mangiava da tre giorni! Così, preso dalla compassione, l'ho portata a casa e le ho scaldato gli involtini di carne che avevo preparato per te ieri sera, quelli che non hai mangiato per timore di metter su peso. Beh, li ha divorati in un istante! Visto che era sporca l'ho invitata a farsi una doccia e mentre era in bagno ho visto che i suoi abiti erano lerci e pieni di buchi: li ho buttati via. Dal momento che aveva bisogno di vestirsi, le ho dato i tuoi jeans di Armani di qualche anno fa, che tu non metti più perché ti sono diventati stretti. Le ho dato anche l'intimo che avevo comprato per il tuo compleanno, ma che non indossi perché dici che ho cattivo gusto. Le ho dato anche quella camicetta sexy che mia sorella ti ha regalato a Natale ma che non metti per farle un dispetto, e anche quegli stivali che avevi preso in quella costosa boutique ma che non portavi perché in ufficio una ne aveva un paio uguali..." A questo punto l'uomo tira un lungo respiro e continua: "Mi era così grata per la mia comprensione e aiuto che mentre l'accompagnavo alla porta, mi si è rivolta in lacrime e mi ha chiesto: "Non c'è qualcos'altro che tua moglie non usa più?" (Dal Web)

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