Esistere o vivere?..c'è una bella differenza.

Da un po' di tempo, ogni volta che incontro una persona, soprattutto quelle che non conosco, mi scatta dentro, prepotente, una domanda: "quella che sta conducendo è una vita o una esistenza?". Saranno anche due termini che usiamo intercambiandoli, ma non si tratta della stessa cosa. L'esistenza è obbligo, è routine, è programmazione minuziosa, è corsa continua, è insoddisfazione. La vita è gioia, lentezza, imprevedibilità, cambiamento, leggerezza. È urgente quindi, sempre più urgente, evadere dalla pesantezza dell'esistenza per tornare nel territorio della vita. Se osserviamo un bambino molto piccolo, abbiamo di fronte il simbolo della vita perché ogni sua azione, ogni suo movimento nasce da un desiderio e non da un obbligo. Questa constatazione deve indurci a pensare che se durante le nostre giornate le azioni "obbligatorie" superano quelle "desiderate", è necessario provvedere, perché significa che stiamo esistendo e non vivendo. La fiducia, l'ospitalità, la tenerezza, il sorriso, la gentilezza, la gratuità, la condivisione, l'amicizia, il perdono ricevuto e dato, la speranza, la compassione, la fuga dalla competizione e dall'egoismo: tutti questi sono indicatori sicuri e veritieri i quali ci dicono che stiamo "vivendo". Nell'esistenza quotidiana ci vengono propinati con ogni mezzo e intensità i valori di mercato, i valori finanziari, i valori della crescita economica, ma non sono valori, tanto che nasce lo scontro tra quello che la storia, la società, la pubblicità presentano come valori e quello che scopro dentro di me come valido: perché sono io, come persona, che valgo. L'unità fatta dentro di me, poi, mi fa scoprire l'unità che devo rispettare negli altri e allora vengo richiamato all'universalità. Per parlare in termini politici e non individualistici, non è la democrazia che mi dà la libertà; è la libertà in quanto responsabilità che giudica, valuta la democrazia come sistema politico. Allo stesso modo la mia libertà valuta i valori economici perché se il possesso, l'economia, la ricchezza, il lavoro mi rendono schiavo, sono valori negativi. E il lavoro che deve valutare me, che deve autenticarmi, farmi diventare me stesso, non il contrario. Quel lavoro che affronto "chinandomi" sull'altro, accarezzandolo magari soltanto con un sorriso, sfiorandolo con una carezza che rigenera me prima ancora che l'altro. Albert Schweitzer, uno dei più grandi uomini del secolo scorso, soleva dire che "il grande segreto per vivere consiste nell'attraversare la vita con un'anima intatta, cioè non gretta, non diminuita, non alterata". Questo segreto è alla portata di coloro che in ogni situazione, in ogni evento, in ogni momento della loro vita rientrano in se stessi e trovano in se stessi il segno di ogni cosa e di ogni evento. Vivere è il dono di "essere presente" e ogni cosa, vivendo, fa un solo regalo, quello della sua presenza. Mi piace osservare i bambini di pochi mesi: quando vedono la mamma che stava in cucina o il papà che torna dal lavoro, manifestano la loro allegria con tutto il corpo; non sanno parlare, ma sanno riconoscere un volto, una persona che rappresenta tutta la loro sicurezza, la loro vita, la loro felicità. Peccato che questo dono della presenza degli altri non lo valutiamo e non lo gustiamo abbastanza durante la nostra vita, se non in rari casi, come quando una persona ci viene a mancare perché se ne va a vivere lontano o perché muore. Esistere e vivere non è la stessa cosa. Decidiamoci a "vivere" per noi e per gli altri. Anche perché, come diceva Tolstoj, la vita è felicità e non c'è felicita, vuol dire che ci stiamo sbagliando. (Pasquale Iannamorelli)

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